BIRMANIA: La democrazia birmana ed il capitalismo globale, Maung Zarni, Terre sotto vento, 06 agosto 2013


Posted on 06 agosto 2013




Nei passati tre anni è traspirato un cambiamento in Birmania ad una velocità impressionante. Uno sguardo rapido al volgere degli eventi, dal rilascio di centinaia di prigionieri politici alle relazioni rinnovate con l’occidente, fa capire sulla superficie di una nuova di reazione dopo decenni di dittatura. Ma verso dove si muove la Birmania e come si può meglio comprendere questo cambiamento?

Due autorità mondiali in fatto di democratizzazione come Thomas Carothers e Larry Diamond, hanno raggiunto quasi la stessa conclusione dopo alcune visite in Birmania: gli obiettivi di Naypyidaw, la definizione ed il modo di operare della “democrazia” si trovano all’opposto rispetto all’essenza di un governo davvero rappresentativo.

Carothers ha paragonato le riforme birmane con le riforme dei capi arabi dallo stile dall’alto verso il basso nei decenni precedenti alle primavere arabe che hanno spazzato il Medio Oriente ed il Nord Africa. “I passi intrapresi dai governi arabi non erano riforme di democrazia quanto sforzi attentamente circoscritti disegnati proprio per cancellare la possibilità di una vera democratizzazione attraverso un alleggerimento dell’insoddisfazione popolare con i regimi”.

Diamond è stato molto più diretto nel parlare della situazione birmana: “Credo che la transizione si trovi ancora in uno stato primordiale, e non è affatto chiaro a questo punto che si avrà una democrazia elettorale o che la democrazia elettorale sia il risultato atteso.”

Il barometro domestico delle riforme, il capo dell’opposizione e già prigioniero politico Aung San Suu Kyi, ha sostenuto inizialmente Thein Sein, ex generale e primo ministro delle passate giunte, come un uomo con cui iniziare a lavorare per la democrazia. Comunque a maggio Suu Kyi affermò che non c’erano stati progressi tangibili da quando le tanto proclamate riforme erano state lanciate dal governo all’inizio del 2011.

Allora perché la comunità internazionale si culla gli attuali generali ed estende loro aiuti per il valore di milioni di dollari nel nome del popolo e delle riforme e della transizione democratica? Perché i governi occidentali continuano a riempire di lodi e prestigio Thein Sein ed i suoi presunti riformisti persino mentre presiedono ad una pulizia etnica e ai crimini contro l’umanità contro i Rohingya, violenze di massa antimusulmane perpetrate da gruppi neonazisti sostenuti dallo stato ed una crisi umanitaria causata dall’espansione della guerra nello stato Kachin?

La risposta breve e chiara è di perseguire gli interessi del capitale. I generali birmani hanno dato il proprio assenso ad una trasformazione di mercato guidata dall’esterno della sua economia politica malandata in cambio dell’accesso all’aiuto e all’investimento occidentale. E’ da notare che questo reimpegno, dopo anni di isolamento imposto dalle sanzioni con l’occidente, liberale è stato di gran lunga secondo le necessità di Naypyidaw, se si esclude qualche concessione simbolica per scopi di pubbliche relazioni.

Dalla prospettiva del capitalismo globale la Birmania è vista in modo vario come “un bordello di risorse”, un mercato di frontiera e/o un fulcro strategico per le rispettive “grandi strategie” nell’infinito gioco delle superpotenze che attualmente si gioca tra Cina ed USA. Alla fine del XIX secolo nelle discussioni parlamentari di Londra, la Birmania era considerata come “uno degli ultimissimi mercati inesplorati” in attesa dello sfruttamento inglese, quindi una parola perfettamente onorevole in riferimento alle comunità non europee e alle loro risorse naturali.

Nei giorni della politica imperialista di Bibbia e Cannoniere, la retorica espansionista, facilitata dalle conquiste intellettuali europee e dalla conseguente rivoluzione industriale, si focalizzava sulla cosiddetta “missione civilizzatrice” e sul “fardello dell’uomo bianco”. Nel periodo dopo la seconda guerra mondiale, quando non andava più di moda la chiara costruzione dell’impero, i discorsi paternalistici si spostarono sulla modernizzazione e sugli stati dello sviluppo.

Muoviamoci velocemente verso il Forum Economico Mondiale di Naypyidaw di giugno 2013 e le frasi altisonanti che andavano da “democrazia dall’alto”, al “rafforzamento della società civile” e agli “investimenti socialmente responsabili” e ai “mercati liberi assistiti dalle multinazionali”. Le grandi multinazionali, le agenzie di aiuto governativo e le ONG internazionali ora servono a fornire il cosiddetto progresso, la modernità e lo sviluppi su un piatto capitalista.

Ma nel profondo dei loro cuori inscuriti, le politiche internazionali verso la Birmania servono ad estrarre il bottino ottimale da uno dei mercati di frontiera più intatti al mondo. Le civiltà possono ancora scontrarsi su fedi astratte e sistemi di credo organizzati, ma gli attori più conseguenziali sono le elite del capitale e le loro istituzioni al lavoro per guadagnarsi i profitti massimi.

La frenesia alimentata sulla Birmania ha mostrato la sottilissima linea tra il potere politico USA e i suoi interessi economici. A giugno l’ex segretario di Stato Albright era vista versarsi la Coca Cola da una bottiglia di plastica ad una cerimonia a Rangoon. L’occasione: il produttore della bibita, uno dei clienti della compagnia di consultazione Albright-Stonebridge aveva appena aperto la sua prima azienda di imbottigliamento in Brmania.

Come presidente dell’Istituto Democratico Nazionale degli USA era anche nel paese per promuovere la democrazia e il dialogo tra fedi. La sua missione meno conosciuta era di insegnare, con le parole del sito della Coca Cola, come insegnare a bere la Coke in modo appropriato a “persone che non l’hanno mai assaggiata” per conto di uno dei principali clienti dell’impresa.

Non è la sola con un chiaro conflitto di interessi tra la promozione della democrazia e il profitto personale. Il filantropista George Soros, non ché promotore dei fondi speculativi, ha anche scommesso di unirsi alla corsa all’oro in Birmania. Di recente ha fatto una proposta di concessione telefonica andata a male per una delle due concessioni di telefoni mobili offerte al mercato. La sua offerta era fatta mentre il suo Open Society Institute dava fondi per la democrazia, l’istruzione e lo sviluppo della società civile da un ufficio di Rangoon di una proprietà assicurata dal Ministero del Commercio.

Il già assistente del segretario di stato per il Pacifico Kurt Campbell che fu l’uomo iniziale di Obama per la sua politica verso l’Asia, affermò mentre era la governo di presiedere “la storica normalizzazione dei legami bnilaterali USA Birmania”. Ora nella sua qualità di socio fondatore e presidente del ASIA Group, un gruppo di investimento e di consigli strategico, Campbell “senza sosta difende gli interessi americani specialmente nella promozione del commercio e degli investimenti” come afferma il sito della sua impresa.

E questo include la possibilità di vincere per il suo gruppo un contratto ricco per migliorare e modernizzare l’aeroporto di Rangoon. “E’ un’opportunità incredibile di aiutare a far crescere il progresso che la Birmania ha fatto negli scorsi due anni migliorando le prospettive di investimenti economici ed assicurare la connessione con l’ASEAN ed il mondo”, ha detto Campbell sul contratto ancora pendente per l’aeroporto in un articolo su una rivista.

A dire il vero gli americani non sono da soli. Nel mezzo dei progrom contro i Rohingya e gli altri musulmani, lo stato islamico del Golfo, il Qatar, non si è fatto chiaramente problemi nell’accettare un contratto telefonico miliardario da un governo complice nella pulizia etnica degli amici musulmani. Nè il gigante norvegese Telenor, una concessione che alcuni commentatori hanno visto come un accenno di assenso alla decisione di Oslo di diminuire i finanziamenti ai gruppi di esiliati, come Democratic Voice of Burma di stanza a Oslo, che per anni ha criticato le giunte militari e che ora versa in difficoltà finanziarie a causa del ritiro dei fondi del donatore.

Se Carlo Marx fosse vivo, riconoscerebbe chiaramente il processo in corso in Birmania, caratterizzato da un accaparramento vasto di terra, delegittimazione economica, vaste unità di lavoratori poveri e condizioni malsane di lavoro che assomigliano alle condizioni del lavoro a metà del XIX secolo, come il processo spesso disumano che chiamò “accumulazione primitiva”.

Diversamente dalla storia europea dove l’accumulazione di capitale creò una forte classe media e quindi democratizzò le società feudali, le riforme attuali economiche e politiche birmane aiutano semplicemente la classe al governo dei militari e dei loro amici. Questi generali si sono davvero aggiustati dagli isolazionisti dal pugno di ferro ai procuratori amici del mercato per le forze globali del mercato guidate dall’Europa e dagli USA.

Guardando al di là della retorica della democratizzazione, delle riforme, delle elezioni, e della prospettiva limitata tra i duri e i riformatori, è importante comprendere le forze che stanno dietro alla trasformazione capitalista della Birmania in un mercato globale di frontiera, forze meglio comprese con un termine di “prospettive di precarietà tripla”, TIP, tradizionale precarietà nazionale, precarietà globale e precarietà umana.

La prima precarietà si riferisce immediatamente al permanente senso di precarietà dello stato nazione che nella sua forma più cruda sono le incertezze rispetto alla sopravvivenza del regime. La seconda, la precarietà globale, si definisce come un senso di insicurezza e vulnerabilità dell’ordine economico e politico mondiale il quale a sua volta si appoggia sull’insicurezza dello stato nazione che costituisce l’economia politica globale.

La terza e ultima, la precarietà umana, si riferisce all’assenza di “sicurezza dell’individuo e delle comunità in cui si vive come opposto alla sicurezza degli stati e delle frontiere”, mia inversione della definizione offerta dalla London School of Economics Civil Society and Human Security Research Unit.

TIP definisce che sin dalla fine della guerra fredda il capitalismo globale porta le comunità, gli ambienti naturali e le economie e politiche nazionali in una singola complessità in un processo largamente considerato come globalizzazione. Qui i tre discorsi di sicurezza competono per il primato nelle pratiche e nella costruzione delle politiche.

Mentre si parla di ordine internazionale prevedibile, basato sulla legge, ogni stato nazione si prepara all’eventualità di una calamità e della guerra. Guidati da un profondo senso di insicurezza sia internazionalmente che nazionalmente, persino gli USA si sa spiano sui propri cittadini, alleati e rivali come ha mostrato lo scandalo internazionale PRISM.

Mentre le tre precarietà non sono necessariamente mutualmente esclusive, il problema delle vulnerabilità, come i rifugiati, le persone disperse internamente, i disoccupati, sono posti tipicamente nel dimenticatoio della politica. La sicurezza ed il benessere delle persone e delle comunità sono calpestate, sia letteralmente che figurativamente, specialmente quando gli altri due regimi di insicurezze, nazionali e globali, si associano per formare una simbiosi esclusiva per calcoli strategici e espedienti politici.

Questa è la ragione per cui spesso ascoltiamo storie di come politiche e pratiche degli stati, corporazioni e agenzie multilaterali e istituzioni finanziarie internazionali contribuiscono collettivamente al peggioramento delle comunità di base e a persone umane senza volto, ai loro habitat e all’accesso alle fonti di vita, sicurezza, libertà di movimento, associazione e così via.

Se la si vede attraverso il prima del TIP, le riforme dall’alto della Birmania hanno a che fare più col capitalismo globale che con la democrazia. Si tratta in primo luogo di una elite nazionale al potere che fa un patto con le forze globali capitaliste mentre si trasformano essi stessi in una classe sociale, chiamata capitalisti soci dei militari.

In questo patto, i capi nazionali aprono le loro ambite risorse e mercati in cambio di una normalizzazione, riconoscimento, legittimazione e accesso al capitale e alle tecnologie. Naypyidaw apre il paese solo in termini favorevoli e accettabili ai loro principali azionisti, cioè, i militari e il regine di insicurezza nazionale. In questo processo persino l’icona globale e politica più influente, Aung San Suu Kyi, si è trovata sul palco capitalista globale dove non controlla più né il tono, né il testo, né l’ambientazione.

L’ancora attuale caso di pulizia etnica dei Rohingya presenta un caso empirico e potenzialmente rivelatore per il TIP. L’occidente e i suoi interessi capitalistici, avendo fatto una simbiosi col regime di sicurezza nazionale birmano, ha finora continuato ad abbracciare incondizionatamente il regime “democratico” di Thein Sein nonostante le bene documentate complicità nei pogrom contro le comunità marginali musulmane.

A contrasto con l’abietta povertà dello stato Rakhine, le aree Rohingya in coabitazione con i buddisti Rakhine fino ai pogrom dello scorso anno sono strategici e potenzialmente lucrativi nell’economia emergente capitalista del paese compreso un porto da mare profondo strategico, terra agricola fertile con un potenziale di agroindustria, un’industria della pesca ricca, ed il sito di origine del gasdotto ed oleodotto cinese di 2100 chilometri disegnato per trasportare carburante in Cina attraverso la Birmania.

La maggioranza degli studiosi occidentali e degli osservatori non hanno soppesato a sufficienza la simbiosi emergente tra le forze capitaliste globali e gli interessi di sicurezza della classe militare capitalisti birmana. Hanno ignorato i fatti concreti che le minoranze etniche e religiose, che rappresentano il 40% della popolazione, siano ulteriormente marginalizzate e private dei diritti, cacciate dalle loro terre ancestrali o altrimenti decimate.

Nel 2006 la FAO pubblicò un rapporto che sottolineava l’importanza commerciale enorme delle regioni a minoranza etnica. Il rapporto notava che il delta dell’Irrawaddy, la risiera tradizionale del paese e del mondo negli anni 20 e 30, è ora saturata, mentre terre vergini economicamente importanti sono situate nel Kachin, Chin, Karen ed altre frontiere. L Norvegia sta ora lavorando alla pace tra l’armata birmana e le popolazioni etniche nelle stesse terre di confine dove gli interessi capitalistici norvegesi investono già nel settore emergente delle monoculture.

Nella guerra civile del 1971 tra Pakistan occidentale ed Orientale, il generale pakistano occidentale Tikka emise un ordine da brivido alle sue truppe: “Voglio la terra non le persone”. Il regime di sicurezza nazionale birmano sta ora lavorando a riacquistare la terra percepita come persa nella Birmania occidentale senza i Rohingya. Nelle aree Kachin e Karen l’esercito ha segnato per l’espropriazione terre coltivate che ora appartengono ai Karen e Kachin che vivevano sotto i gruppi di resistenza armata.

Davvero, pace e sviluppo sembrano essere all’orizzonte mentre la corsa all’oro birmana si accelera dietro la spinta dei fondi esteri e dell’impunità locale. Ma se non si contestualizza appropriatamente la transizione della Birmania in questa rete confusa di tre insicurezze, la comprensione delle supposte riforme, del cambiamento politico e della democratizzazione saranno come un pane cotto a metà, al pari di una democrazia che è allevata dal regime di insicurezza nazionale di Naypyidaw e dei suoi amici capitalisti globali.

Capital insecurity in Myanmar By Maung Zarni (www.maungzarni.com )

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